Una vita così così

Due anni fa ho scritto un racconto, pubblicato su starbooks.it, dal titolo “Una vita così così.” Ho pensato di copiarlo qui, sul mio blog, perchè sia fruibile a chi fosse interessato a leggere uno stile diverso da quello di “Voglio scrivere per Vanity Fair”.

Consiglio anche il post nel quale ho parlato di una recensione inattesa proprio del racconto in questione.

Una vita così così

Loro due erano un omino e una donnina così-così. Fidanzati da diciassette anni, collezionavano foto con i vip, dove il vip era sempre rigorosamente in centro e loro due ai lati. Sembrava che il tempo si fosse fermato a quei diciassette anni prima, quando, scoperta la loro passione comune, si erano innamorati e per festeggiare, comprarono una macchina fotografica, di quelle ancora con il rullino.

Dopo qualche mese, decisero di dedicare un’intera parete del salotto della casa di lei, alle foto. Cambiavano i volti e le cornici, gli unici a rimanere uguali erano loro due, con qualche ruga in più (lei),  un filo di pancia (lui). La loro vita era un po’ così così, senza particolari alti, senza particolari bassi. Ognuno a casa propria, però si amavano davvero. Passavano i fine settimana abbracciati sul divano, davanti alle immagini, con il pc sulle gambe, per organizzare l’incontro successivo, ricordando qualche buffo aneddoto sul vip più in alto a destra, piuttosto che quello in basso a sinistra. Sul tavolino una tazza di tè alla vaniglia, una fettina di panettone Galup (anche a Ferragosto) e due cioccolatini. Come colonna sonora “Meraviglioso” di Modugno. E nell’aria un profumo di muschio, quello della crema di lei, sempre la stessa marca, da diciassette anni a quella parte.

 In una vita così così un giorno accadde che lei sentì un vuoto dentro e i brividi sulla pelle profumata, nonostante fosse estate. L’avvolse il freddo e stava quasi per piangere, quando arrivò lui, la fece accomodare sul divano e le chiese “Cosa è successo, cara?”

 Lei non sapeva se rispondere o meno, mentre le lacrime avevano rotto ogni indugio e scorrevano limpide sulle sue guance.

Allora lui le prese la mano, l’accarezzò a lungo, mentre il tempo scorreva lento, scandito dall’orologio a cucù in cucina. Restarono in silenzio così, fino a quando l’oscurità s’impose nel salotto modesto ma ben tenuto.

“Vorrei tanto un figlio.” Disse lei all’improvviso, togliendo la mano dalla stretta di lui.

Lui non disse nulla per un minuto, poi andò ad accendere la luce:

 “Ti senti bene, cara?”

A dire il vero sono un po’ scossa…”

“Senti, ne abbiamo già parlato altre volte, ma nella nostra vita così così non c’è spazio per un figlio. Poi come riusciremo a seguire i vip?”

“Vorrei tanto un figlio” ripeté lei, guardandolo negli occhi “Del resto non mi importa.”

Però a lui importava eccome.

Passarono i mesi, lei spesso era triste e non spolverava bene come una volta le foto alla parete del salotto.

E un giorno accadde. Perché quando non vuoi che le cose accadano, queste succedono lo stesso, fregandosene di te e dei tuoi desideri. All’improvviso si era sentita stanca, credeva fosse lo stress, poi una leggera nausea e la voglia di mangiare solo più ciliegie. Lui non si era accorto di nulla, così glielo disse lei.

“Sono incinta.” Due parole e un punto.

Lui subito credette a uno scherzo. Ma quando incrociò il suo sguardo, fermo e serio, capì che era tutto vero e inizio a scervellarsi per ricordare dove e quando avessero sbagliato.

Quella sera avevano deciso di andare alla presentazione del nuovo libro dell’attrice comica che li faceva tanto ridere.  A fine serata, come da rituale, si misero in coda, in attesa della foto con il vip. Quando arrivò il loro turno, l’attrice si soffermò qualche secondo di lui.

“Non sprecare un’occasione preziosa che non capita a tutti nella vita.”

Lui posò uno sguardo interrogativo su di lei, che era più stupita di lui.

Nessuno dei due rispose, si misero in posa, ai lati del vip come sempre in attesa del click.

Poi comprarono il libro e se lo fecero autografare.

Arrivati sotto casa di lei, lui, per la prima volta in diciassette anni, non scese dall’auto ma la salutò con un bacio triste e lieve, accarezzandole la mano.

“Vado subito perché sono stanco. Ci sentiamo domani.”

Lei lo salutò ancora sull’uscio, come sempre, ma lui era già via.

“Che strano. Sarà davvero stanco.” Si disse pensierosa.

Passò l’indomani, il dopo domani, e il giorno successivo ancora.

Niente.

Nessuna telefonata. Nessun sms. Nemmeno un’e-mail.

Lei lo chiamò più volte, gli scrisse ventisette messaggi in un giorno e gli mandò dieci e-mail.

Lo aspettò fuori dall’ufficio. Sotto casa. Davanti all’appartamento dei suoi.

Ma niente.

Lui sembrava sparito, volatilizzato.

Lei cadde in depressione, era disperata. Un giorno svenne e la ricoverarono in ospedale.

Rischiò di perdere il bambino.

E fu allora che disse “Basta!”

Quando l’amica di una vita la riportò a casa, per prima cosa, tolse dalle cornici tutte le foto di lui, il vip e lei.

Buttò persino la crema al muschio e regalò il panettone Galup alla vicina.

Poi prese il testo dell’attrice comica famosa. Lo aprì a caso e lesse ad alta voce Nel gioco incosciente dei propri desideri, non credo esistano responsabilità maschili o femminili. Esistono le nostre azioni e le loro conseguenze.”*

Decise che ne aveva avuto abbastanza di una vita così così. Andò nella dispensa e prese una vecchia scatola dei biscotti. Ci posò dentro tutte le foto con i vip, la macchina fotografica e il rullino.

E scrisse sopra, con un pennarello nero indelebile,  l’indirizzo della madre di lui.

Corse in posta, con la fretta di chi deve sbarazzarsi di un fardello che ha portato troppo a lungo, più del dovuto. Lì vicino c’era un negozio specializzato in fotografia. Entrò con impeto, e scelse una compatta touch screen, color rosso ceralacca, quella che desiderava da tempo, ma non aveva mai osato dirlo, nemmeno a se stessa. Pagò e se ne tornò subito a casa.

Il tempo passò veloce. Andò a lavorare fino all’ottavo mese, perché l’aiutava a non pensare.

Di lui sempre nessuna traccia. Poi arrivò il grande giorno, in cui si conobbero. Lei la tenne stretta a sé e fu come se si conoscessero da sempre.

Un pomeriggio d’autunno riprese in mano la sua compatta ed entrò nella stanza della piccola. L’accolse un intenso profumo di borotalco. Iniziò a scattare. Riprendeva i giocattoli, le tutine, le mini calze di Topolino, il bavaglino con ricamato Alice, il libretto con la mariposa in copertina, che la sua amica le aveva portato dalla Spagna, un biberon pieno a metà, il viso di bimba sorridente, le manine perse nell’aria mentre le api ruotavano seguendo il ritmo del carillon…

… e per la prima volta nella sua vita non si considerò più una donnina così così.

 *tratto  da “Caro amico di letto“ di Anna Maria Barbera

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Su di me

Erica Vagliengo

Giornalista/web writer, autrice del romanzo Voglio scrivere per Vanity Fair (come Emma Travet) e del progetto emmat, innovativo esempio di personal branding. Parlo tanto, dormo poco, scrivo ovunque. Combatto le nevrosi quotidiane con ironia, Internet, caffè e chantilly. Ho un negozietto su Depop.

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