Perchè sono fuggita dall’EXPO

L’Expo è in chiusura, VIVA VIVA L’EXPO.

Lascio perdere tutte le polemiche del caso, i gufi, i successi, gli sprechi, i grandi numeri, l’hastag #expo arrivato al primo posto dei TOPIC, e vi racconto della mia FUGA DA EXPO.

Quando ho comprato il biglietto su Kijiji per SABATO 26 SETTEMBRE, non avevo mica idea che sarebbe stato il sabato delle presenze RECORD. Per fortuna ho pagato solo 19 euro, al posto di 39.

Il fatto è questo: mi trovavo a Milano per eventi e incontri vari legati alla Fashion Week, dal giorno prima. Quindi ho pensato di approfittarne per andare a visitare la “meraviglia delle meraviglie”, visto anche l’appoggio della mia amica Silvia (La Pauli del romanzo “Voglio scrivere per Vanity Fair” ), precisamente del suo “appartamento niente male”, in centro.

Così mi sono alzata, il sabato mattina, verso le 8.30. Colazione al bar sotto casa, dove ho avuto la brillante idea di comprarmi dei panini. Non ho preso il caffè, pensando: “Lo voglio proprio assaggiare all’Expo” (idea pessima, ma ancora non lo sapevo). Poi sono salita in metro. Un sacco di fermate, tutte semi deserte. Mi sembrava strano, ma non ci ho badato poi troppo. Arrivo a destinazione dopo una mezz’oretta. Seguo delle persone, prendo come ingresso Triulza ed entro in modo molto veloce, un po’ scocciata perché non ci sono armadietti dove lasciare la mia sacca con l’equipaggiamento dei due giorni milaneeeeeesi.

PERO’, FIN QUI, TUTTO BENE E FACILE.

La sorpresa (vedi foto) arriva una volta dentro: guardo sotto e c’è un formicaio di gente.

OKAY… non fatto coda ma mi devo sbrigare, altrimenti sarò sommersa da tutte quelle persone. Così mi affretto, più che altro perché sento un assoluto bisogno di caffè. Decido di andare al padiglione della Illy. Nel Decumano c’è gente ovunque, peggio di decine di sciami di cavallette impazzite. Le code per andare al WC sono di tre quarti d’ora, per il caffè di un’ora, per qualsiasi padiglione (anche quello più sfigato della Terra) di MINIMO un’ora e mezzo.

Prima e dopo.

Indovinate dov’è finita tutta la gente della prima foto?

ph erica vagliengo

Mi siedo su una delle poche panchine libere per mangiare i panini saggiamente comprati al bar mentre osservo famiglie, gruppi parrocchiali, stranieri passarmi davanti: una fiumana di gente, vista solo a Disneyworld, alla chiusura di sera, nel 1998. Mi sta vendendo l’ansia, e sono qui SOLO da mezz’ora. Desisto dal prendere il caffè. Magari un gelatino confezionato al banchetto. No, nemmeno quello, vista la coda che c’è.

Provo ad andare a fotografare l’albero della vita. “Lasuma mac perdi”, direbbe mia nonna Olga Dionigia.

Bene. A questo punto mi fermo e mi chiedo: “Ma chi caspita me lo fa fare di stare qui? Io me ne vado!” Così ho girato i tacchi, domato la folla che mi veniva contro e sono uscita, dopo ben 37 minuti di patema, a momenti svenivo dall’ansia di uscire. Non vedevo l’ora di guadagnare l’uscita e di trovarmi, SOLA, in metro. Ed è stata una sensazione bellissima, credetemi. Dopo aver raggiunto la libertà, mi è tornata voglia di un caffè. Scrivo alla mia amica Selene, digital pr: “Ti va di trovarci da Cova per caffettino?”.

Lei mi risponde di raggiungerla da Zanotti, per il press day. Così ho fatto e mi è stato servito il caffè da un cameriere giovane di bella presenza, mentre ciacolavo con il Marchese (toh, chi si rivede).

Una giustizia divina c’è.
‪#‎expo‬ ‪#‎milano‬ ‪#‎sabato‬

Su di me

Erica Vagliengo

Giornalista/web writer, autrice del romanzo Voglio scrivere per Vanity Fair (come Emma Travet) e del progetto emmat, innovativo esempio di personal branding. Parlo tanto, dormo poco, scrivo ovunque. Combatto le nevrosi quotidiane con ironia, Internet, caffè e chantilly. Ho un negozietto su Depop.

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