Iomangiogofri: due cugine street chef e una cialda

Nonna Nina li cucinava con lo storico stampo in ghisa riscaldato su una stufa a legna. Loro due, da grandi, hanno deciso di approfondire la conoscenza della storia, delle tradizioni e della cultura legata al gofri  (originario della Francia e del Belgio), e di inventarsi un lavoro che le ha portate a concorrere per l’Oscar di cibo di strada . Oggi, Erica Lazzarini e Marzia Jourdan di Iomangiogofri,  affiancano al prodotto tutte le conoscenze del luogo di origine, offrendo gusto, sapore e sapere, nella loro gofreria  nel centro storco di Pinerolo (in provincia di Torino), a feste, sagre, eventi in giro per il torinese e vallate, grazie al camioncino che le trasporta ovunque vengano chiamate.

Fantascienza? No, pura realtà italiana, che racchiude una forte passione per la tradizione, il profumo e la fragranza di una cialda che mette di buon umore e l’uso attento del web.

La vostra è una storia di successo di imprenditoria giovane e femminile: ci raccontate com’è nata?

In un’occasione banalmente semplice… durante una cena. Era da tempo che io e Marzia avevamo voglia di metterci in gioco ma non avevamo mai pensato di farlo assieme. Quella sera, ripercorrendo alcune esperienze come gofriste di associazioni, ci siamo dette un “Lo facciamo?” E da lì poi tutto il resto.

Iomangiogofri: semplice, efficace, geniale, si ricorda subito: chi ha avuto l’idea?

E’ venuta da uno scambio reciproco di sana e robusta costituzione di idee, come ogni progetto della nostra azienda, che nasce da un confronto, seguito da uno scontro fino a plasmarsi in un qualcosa di reale. Volevamo che il marchio fosse semplice e facile da ricordare. “Io mangio gofri”, poi, mette il cliente in prima persona ed è quello che noi cerchiamo di fare, di rendere “chi mangia gofri” al centro dell’attenzione.

I gofri sono anche da Eataly: come ha cambiato il concetto di scelta del cibo e la percezione dei prodotti, questo fenomeno by Farinetti?

Penso che gli italiani più di altri abbiano uno standard di qualità sul cibo e un’attenzione a preservare le tradizioni elevato, tanti hanno il verduriere/macellaio/pescivendolo di fiducia o un racconto legato a un prodotto che faceva la nonna o che è tipico del loro paese. Forse il lavoro grande sulla percezione della qualità del prodotto l’ha realizzato Slow food.

Farinetti ha fatto una cosa altrettanto importante: ha preservato in modo diretto e indiretto parte del tessuto delle piccole-micro aziende alimentari di qualità del nostro paese, alcune aziende come la nostra hanno difficoltà ad avvicinarsi alla grande distribuzione anche per le richieste che la grande distribuzione ti impone. Ha portato beneficio in modo indiretto perché, sulla scia di Eataly, anche la grande distribuzione ha iniziato a creare l’angolo dei prodotti tipici, in molti supermercati. Il piccolo negozio o locale che ancora non lo faceva ha provveduto a dare uno spazio anche ai prodotti di qualità, quelli che già lo facevano hanno ricevuto un riconoscimento diverso. Fino a far diventare consuetudine e standard il fatto di trovare prodotti di qualità in un punto vendita o locale di ristoro.

Slowfood e i suoi presidi: solo una moda o c’è qualcosa di più?

Crediamo molto nel progetto Slowfood perchè abbiamo avuto modo di vedere che non è solamente un marchio, ma dietro ci sono persone che ci credono e che lavorano affinché “le cose buone” non si perdano, e venga mantenuta una cultura, una tradizione e il lavoro e l’amore per questa Terra.

Tu, Erica, sei anche Vice Presidente Giovani Imprenditori CNA: come si può rifare l’Italia, a misura delle piccole imprese, senza troppi giri di parole?

Magari ripartendo da un codice etico, dal riconoscimento e rispetto dei valori che sono alla base di una moderna società, giustizia e legalità davanti a tutto e per tutti.

La gente comune, secondo me, è pronta a rifare l’Italia

i giovani imprenditori che conosco (anche andando in giro per l’Italia come membro del Consiglio Nazionale dei giovani di CNA) hanno voglia di prendersi le responsabilità che comporta far parte del tessuto produttivo.

Abbiamo avuto dei grossi problemi di connessione con chi ha gestito le politiche economiche e sociali di questo paese da riattivare. Sicuramente ci vuole un nuovo modo di interagire e comunicare tra società-politica-sindacati-imprese; obbiettivi di crescita economica a lungo periodo, incentrati su piccole-micro aziende, il vero tessuto produttivo dell’Italia (troppo spesso dimenticato).

ph erica vagliengo e courtesy iomangiogofri

 

Avete tutte e due figlie/i e una casa da tenere: come riuscite a conciliare un lavoro non standard con tutto il resto?

Marzia: credo non ci sia molta differenza tra me e una qualsiasi altra mamma con lavoro e bimbi, si cerca di fare come si può. A volte si sclera, altre si cerca di darsi delle priorità ma sicuramente non faccio caso alla polvere sui mobili!

Erica: come qualsiasi mamma, non ci sono quasi più lavori standard. Al giorno d’oggi bisogna essere un team per affrontare gli impegni. Personalmente il mio è formato: da nonna-baby sitter, marito-cuoco part-time-baby sitter-tutto fare e poi ogni tanto consulente esterno per le faccende di casa.

Abitate a Roure, un piccolo paese in montagna, a 80 chilometri da Torino: com’è fare impresa in montagna, in un paese dove non esistono più realtà quali la Comunità Montana e la Provincia?

Marzia: il problema non è la chiusura delle comunità montane (a mio avviso) ma il semplice fatto che non c’è più nessuno che viva in montagna. E’ dispendioso, è un costante sacrificio perché mancano i servizi e per fare qualsiasi cosa bisogna prendere la macchina e spostarsi disperdendo denaro e fatica. Il problema, come al solito, è di tipo culturale, se non si crede nella montagna come risorsa non si può pensare che i giovani scelgano di rimanerci o di tornarci.

Erica: Il problema è culturale ma di tutto il paese. Non si è mai riuscito a fare, una programmazione di lungo periodo sulle politiche locali, definendone obiettivi, risorse e strumenti. Ora mi sembra ancora più difficile programmare le politiche di salvaguardia della vita in montagna.

Gestite il vostro sito, siete su Fb e Twitter: quanto è importante l’essere social, anche per un’attività come la vostra?

I social hanno un potenziale di visibilità a basso costo, elementi fondamentali per una piccola azienda artigiana di qualsiasi settore. Non sono attività che si possono improvvisare, però rispetto ai classici mezzi di comunicazione ti danno la possibilità di interagire con il cliente cambiando notevolmente le regole della comunicazione.

Il gofri per questo finale d’inverno: lo consigliate con…?

Erica+Marzia: tanto amore! E’ quello di cui ognuno di noi ha bisogno, soprattutto di questi tempi…

Se non doveste, un futuro, più fare gofri, dove vi immaginate?

Marzia: a scrivere sceneggiature! (avrei detto “la modella” ma per raggiunti limiti di peso….)

Erica: nel campo del marketing.

 

DOVE LE TROVATE

in via Savoia 27, a Pinerolo (TO) nella loro graziosa GOFRERIA.

Sul WEB:

Sito www.iomangiogofri.it

Pagina FB https://www.facebook.com/pages/Io-mangio-gofri/111846618829717?fref=photo

 

 

 

Su di me

Erica Vagliengo

Giornalista/web writer, autrice del romanzo Voglio scrivere per Vanity Fair (come Emma Travet) e del progetto emmat, innovativo esempio di personal branding. Parlo tanto, dormo poco, scrivo ovunque. Combatto le nevrosi quotidiane con ironia, Internet, caffè e chantilly. Ho un negozietto su Depop.

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© 2017 Erica Vagliengo · Copywriter e giornalista, Torino · CF VGLRCE77A44G674R · Scrivimi

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